top of page

La sensazione di essere “da meno”: quando l’inadeguatezza diventa identità

  • Immagine del redattore: Elisa De Martini
    Elisa De Martini
  • 11 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

La sensazione di essere inadeguati, di valere meno degli altri, non è semplicemente un pensiero passeggero o una momentanea insicurezza. Per molte persone è un sentimento profondo, pervasivo, che accompagna le scelte, le relazioni, il modo di guardarsi allo specchio e di abitare il mondo.


Non arriva all’improvviso.

È qualcosa che si deposita nel tempo, spesso senza parole, fino a diventare familiare.


Spesso prende la forma di un confronto costante: gli altri vanno avanti, gli altri ce la fanno, gli altri sono più capaci. E in questo confronto, il soggetto sembra sempre arrivare secondo, o addirittura fuori gara. Come se la corsa fosse iniziata prima, o come se mancassero gli strumenti giusti per partecipare davvero.


L’ideale di perfezione e il fallimento inevitabile

Alla base di questo vissuto troviamo spesso un ideale dell’Io molto esigente, talvolta crudele. Un’immagine interna di ciò che si dovrebbe essere per meritare valore, amore, riconoscimento. Non basta essere “abbastanza”: bisogna essere brillanti, impeccabili, coerenti, sempre all’altezza.


È un ideale che non concede pause, né esitazioni.

E soprattutto non contempla la fragilità.


Il problema è che questo ideale è irraggiungibile.

E quando l’ideale è irraggiungibile, il fallimento non è un evento: è una condizione permanente.


Ogni deviazione dal percorso “giusto”, ogni rallentamento, ogni errore viene vissuto non come parte dell’esperienza umana, ma come una prova definitiva di non valere abbastanza. Non ho sbagliato, ma sono sbagliato.

E questa differenza, sottile solo in apparenza, pesa enormemente.


Quando il valore personale dipende dai risultati

In questi vissuti, il valore di sé è spesso legato a parametri esterni: traguardi, riconoscimenti, prestazioni, ruoli socialmente definiti. Se questi mancano, o tardano ad arrivare, il senso di identità vacilla.


Ci si sente “in sospeso”, come se la propria vita non fosse ancora autorizzata a iniziare davvero.


Il tempo allora non è più uno spazio di crescita, ma un giudice silenzioso.

Ogni anno che passa senza “aver concluso” qualcosa diventa un’accusa. Ogni confronto con i coetanei rafforza la convinzione di essere rimasti indietro, di essere difettosi, incompleti.

Questo può portare a blocchi, procrastinazione, evitamento. Non perché manchi il desiderio di andare avanti, ma perché ogni tentativo è carico di un’ansia intollerabile: fallire di nuovo significherebbe confermare definitivamente l’immagine interna di sé come inadeguati.


A volte, fermarsi non è mancanza di volontà.

È l’unico modo conosciuto per non sentirsi crollare.


L’inadeguatezza come storia relazionale

Dal punto di vista psicodinamico, la sensazione di non valere non nasce nel vuoto. È spesso il risultato di esperienze relazionali precoci in cui l’amore, l’attenzione o il riconoscimento erano percepiti come condizionati: sei visto se fai, vali se riesci, sei amabile se non deludi.


In questi contesti, il fallimento non è solo deludente: è pericoloso.

Mette a rischio il legame, l’appartenenza, l’idea stessa di essere degni di esistere per come si è.

Così, da adulti, il mondo diventa il luogo in cui si tenta continuamente di dimostrare qualcosa. E quando questa dimostrazione non riesce, il giudice interno prende il sopravvento, spesso con parole molto più dure di qualsiasi critica esterna.

Parole che non arrivano da fuori, ma che suonano terribilmente familiari.


Dal “non sono abbastanza” al poter essere

Il lavoro terapeutico non consiste nel convincere la persona che “in fondo va tutto bene” o che “dovrebbe smettere di confrontarsi”. Queste frasi, per chi vive un’inadeguatezza profonda, rischiano di suonare vuote o persino colpevolizzanti.


Si tratta piuttosto di dare senso a quella voce interna, comprenderne la funzione, la storia, la logica affettiva. Di chiedersi non solo cosa dice, ma da dove viene e da cosa sta cercando di proteggere.


È un lavoro che permette, lentamente, di distinguere il valore della persona dai suoi risultati. Di costruire uno spazio interno in cui sia possibile esistere anche nell’imperfezione, nella pausa, nell’incertezza.


Non per rinunciare ai desideri o agli obiettivi, ma per poterli abitare senza che ogni passo diventi una sentenza su chi si è.


Forse il punto non è diventare finalmente “abbastanza”,ma permettersi, per la prima volta, di essere.


Bibliografia essenziale

  • Sigmund Freud (1914). Introduzione al narcisismo.

  • Donald Winnicott (1965). Il processo di maturazione e l’ambiente facilitante.

  • Karen Horney (1950). Nevrosi e sviluppo della personalità.

  • Christopher Bollas (1987). L’ombra dell’oggetto.

  • Paul-Claude Racamier (1992). Il genio delle origini.

 
 
 

Commenti


+39 3494204376

Via Giorgio Pitacco, 7
00177 | Roma

P.IVA 17121271005
N. iscrizione albo 25716

bottom of page