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La stanchezza che non passa riposando

  • Immagine del redattore: Elisa De Martini
    Elisa De Martini
  • 14 gen
  • Tempo di lettura: 2 min


Ci sono stanchezze che il sonno non sistema.Dormire aiuta, certo, ma non basta. Al risveglio il corpo è fermo, mentre dentro qualcosa continua a essere teso.

È una stanchezza meno evidente, più difficile da nominare. Non nasce da una giornata particolarmente pesante, ma da una continuità di richieste, aspettative, adattamenti. Dal dover tenere insieme troppe cose senza mai fermarsi davvero.

Capita spesso di non accorgersene subito. Ci si abitua. Si impara a funzionare anche così, riducendo l’ascolto di sé al minimo necessario per andare avanti.

Questa forma di stanchezza non ha a che fare solo con il fare, ma con il reggere. Reggere i ritmi, le relazioni, le responsabilità. Reggere anche quando non si ha la possibilità — o il permesso — di dire che qualcosa pesa.

A volte si manifesta come irritabilità, altre come una fatica mentale costante. La concentrazione cala, il piacere per le cose quotidiane si assottiglia, le pause non ricaricano più come prima.Eppure, dall’esterno, tutto sembra procedere normalmente.

È proprio qui che spesso nasce l’equivoco:se “va tutto bene”, allora non c’è motivo di fermarsi.Se si riesce a tenere il passo, allora la stanchezza diventa qualcosa da ignorare.

Ma ignorarla non la fa scomparire.La sposta solo più in profondità.

Questa stanchezza chiede attenzione, non perché ci sia qualcosa di rotto, ma perché qualcosa è rimasto troppo a lungo senza spazio. Emozioni non ascoltate, bisogni messi da parte, limiti superati senza accorgersene.

Riconoscerla non significa arrendersi né drammatizzare. Significa concedersi una forma di onestà con sé stessi. Accettare che anche quando si va avanti, qualcosa dentro può aver bisogno di essere visto.


Forse il primo passo non è fare di più, ma fermarsi a chiedersi cosa stiamo continuamente trattenendo.Non per trovare subito una risposta.Solo per iniziare ad ascoltare.

 
 
 

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